AliMenti – La “psicologia delle diete”: 3 aspetti che influenzano il nostro comportamento alimentare

Nella scelta di intraprendere o nella gestione di una dieta è importante considerare quegli aspetti biologici, psicologici e ambientali che ne influenzano l’andamento, la funzionalità e l’efficacia.

 Cosa c’entra la psicologia con la dieta?

Il modo in cui gestiamo i nostri comportamenti alimentari è un argomento di significativo interesse psicologico. In particolare tutti i comportamenti ai fini della tutela della nostra salute. Poiché il comportamento alimentare è inserito tra quei comportamenti che incidono sul nostro benessere è necessario comprendere e gestire i fattori che lo influenzano.

Perché la dieta (ossia seguire un regime alimentare prescritto dallo specialista o desiderato per le proprie esigenze) è un evento che riguarda la nostra mente?

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Vediamo gli aspetti che incidono sul modo in cui affrontiamo le diete:

  1. Fattori Biologici (neuropsicologici, biochimici e del sistema nervoso enterico, le caratteristiche biologiche e del funzionamento del corpo, lo stress, la sindrome dello yo yo).
  2. Fattori Soggettivi (le motivazioni e le aspettative, gli stadi del cambiamento ([1]), l’immagine corporea, le convinzioni e credenze, autoefficacia, autostima, autoregolazione, miti delle diete, emozioni).
  3. Fattori Ambientali, familiari, fattori sociali culturali, influenza dei media.

 

Gestire un regime alimentare, alla luce di queste considerazioni, può risultare difficoltoso sia per chi deve eseguire una prescrizione o indicazione del medico, nutrizionista, dietista, sia per lo specialista stesso che oltre a fornire una prestazione legata alle sue competenze, si trova a dover curare l’aderenza ai comportamenti richiesti.

Nella cosiddetta “sindrome dello yo yo“, ad esempio, i comportamenti restrittivi, il digiuno, sono alternati da momenti di abbandono e da un “irrefrenabile” ritorno al cibo (Sibilia, 2001)

È importante sottolineare che questo non riguarda la nostra “volontà” (una spiegazione che tende a colpevolizzarci inutilmente!), ma specifiche ragioni biologiche dove il nostro organismo in stato di carenza si attiva per “mettere da parte le risorse”, rallentando il metabolismo e recuperando la massa adiposa.

I fattori psicologici in questo caso agiscono nell’accompagnare le fasi della dieta mantenendo l’oscillazione appena evidenziata: se in un primo momento la sensazione di “sorpresa” consente un approccio proattivo e auto-efficace nel portare a termine i propositi di un sano comportamento alimentare, la fase dell’ostacolo come lo scarso dimagrimento o il recupero del peso precedentemente perso può demotivare la persona fino all’abbandono.

È fondamentale in questa fase che si possa sostenere e accettare la lenta riduzione del peso fino ad una sua stabilizzazione attraverso un atteggiamento auto-incoraggiante e auto-efficace.

Non è facile accettare di dover modificare le nostre abitudini alimentari. La nostra “percezione” (vista, gusto, tatto, olfatto…) incide su come vivremo il momento del pasto (in base alle nostre rappresentazioni, storia e tradizioni) ed è importante per questo favorire un’esperienza che non promuova la “deprivazione” ma il “benessere” attraverso l’alimentazione.

Il “divieto” di un alimento consegue nell’attribuzione di un significato personale all’esperienza del mangiare.

Un pensiero come “non devo mangiare i dolci” genera allarme e quindi uno stato emotivo “ansioso”. La pretesa che ciò non accada (non devo) è spesso causa dell’insorgenza di “ruminazioni” e di pensieri che si ripetono legati a specifiche convinzioni (es. se non posso mangiare i dolci sarò molto triste e non vivrò bene la mia vita sociale) e ad un successivo incremento dell’ansia. Come esito di fronte a questi fenomeni si ha spesso la tendenza alla ricerca compulsiva dell’alimento stesso o a comportamenti di compensazione (sport eccessivo, trattamenti estetici…).

L’accettazione, un approccio “sereno verso l’alimentazione” che non “demonizzi il momento del pasto” risulta fondamentale per non incorrere in pensieri quali la “rinuncia e il fallimento”.

 

Per ottenere questo, gli aspetti che possiamo gestire con efficacia ai fini della costruzione dell’intenzione alla cura di sé sono:

– le nostre motivazioni (quali previsioni, quali scopi da raggiungere, quali azioni da mettere in atto, quali risultati ci aspettiamo)

– le nostre convinzioni, stereotipi, attribuzioni personali (riguardo il corpo, il cibo, il sovrappeso e l’obesità, il diabete, la celiachia…)

– la nostra autoefficacia (quanto pensiamo di essere in grado di mettere in atto un comportamento che tuteli la nostra salute o di gestione di un regime alimentare)

 

Da un punto di vista comportamentale sarà inoltre utile condividere la propria esperienza comunicandola alle persone che ci sono vicine, facendoci aiutare nella gestione degli “stimoli” (i cibi desiderati, i luoghi del “mangiare”) e soprattutto trovare alternative all’uso del cibo come ricompensa.

Il terzo fattore da considerare infatti non è affatto di scarsa importanza. L’ambiente nel quale siamo “immersi” è una continua esperienza di apprendimento attraverso rinforzi, condizionamenti.

La famiglia è uno dei principali contesti dove “impariamo a mangiare“, prima ancora della scuola e del posto di lavoro. L’ambiente culturale e della tradizione nella quale siamo inseriti stabilisce delle “norme” che diventano il nostro riferimento e la nostra cornice. Non sempre queste influenze corrispondono a delle adeguate abitudini alimentari.

Il nostro scopo, attraverso un approccio psicologico rivolto all’alimentazione, è quindi conoscere questi aspetti ed esserne consapevoli per poterli gestire al meglio e raggiungere il benessere alimentare promuovendo la salute e il piacere (OMS, 1984).

E voi cosa ne pensate? Quale di questi fattori vi sembra più familiare?

Se desiderate approfondire un argomento, saremo lieti di rispondere

 

Filippo M. Jacoponi

Psicologo Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale

[1] Secondo il modello di Prochaska e DiClemente, gli stadi del cambiamento sono la Pre-contemplazione, la contemplazione, la determinazione, l’azione, il mantenimento.

Riferimenti

DiClemente CC, Prochaska JO (1982) Self Change and therapy change of smoking behavior: a comparison of change , cessation and manteinance processes. Addictive Behavior, 7,133-142.

Sibilia L. (2001) La trappola delle diete. Psicologia Contemporanea, mar.-apr., 164: 58-64

OMS (1984) Health education in self care: possibilities and limitations

https://www.azionipensate.com/blog/129-la-sindrome-dello-yo-yo-quando-la-dieta-drastica-fa-prendere-peso